Quando la musica fa male. Il silenzio dell’Eurovision


Succedono cose che ti fanno perdere la speranza. Nessuno pensava che il mondo della musica fosse esente dalle barbarie e dall’indifferenza. Ma non fino a questo punto. Non da parte di quell’organizzazione che si propone di unire l’Europa attraverso la musica. Premiare un regime oppressivo quale l’Azerbaijan con l’Eurovision è davvero troppo.

Sabato 26 maggio, in diretta dalla capitale Baku, Rai 2 trasmetterà la finale dell’Eurovision Song Contest: la più grande competizione europea di musica leggera. In Italia non è così conosciuto, ma in Europa viene seguito da 125 milioni di telespettatori. Ogni Stato sceglie un rappresentante, che sfida i colleghi internazionali; ogni anno il festival si svolge in una sede diversa. Una volta si chiamava Eurofestival, e lo conduceva Ettore Andenna, quello dei Giochi senza frontiere. Una volta, nel 1964, lo vinceva la nostra Gigliola Cinquetti, sedicenne. (Ma certo: la canzone era quella, Non ho l’età). E, nel 1990, Toto Cutugno. Queste le due vittorie italiane. L’anno scorso, in Germania, Raphael Gualazzi è arrivato secondo con Follia d’Amore. Quest’anno l’Italia porta l’ottima Nina Zilli. Peccato che sia finita nel posto sbagliato.

Lo sarebbe in ogni caso, ma avendo cantato le lodi dell’Eurosonic, è a maggior ragione un dovere dire qualcosa su quanto accaduto. Sì, perché l’Eurovision è il fratello maggiore, la versione mainstream dell’Eurosonic di Groningen. Se l’Eurosonic è un’occasione di visibilità per gli emergenti e gli indipendenti, l’Eurovision è la vetrina europea in cui ogni Stato porta il suo elemento più valido e affermato (la scelta naturalmente è varia). L’organizzatore è sempre lo stesso: l’EBU –European Broadcasting Union, proprio la più grande associazione professionale di emittenti radiofoniche nazionali. Quelli del Sonar di Barcellona e del Roskilde di Copenhagen: di tutti quei festival eccezionali, insomma, che sono i modi più belli di vivere la musica. E questo, allora, è un tradimento.

L’Azerbaijan è un regime che Amnesty International definisce come “uno dei più chiusi e autoritari del mondo”. Non c’è libertà di espressione, non c’è libertà di informazione. Giornalisti, blogger e contestatori sono zittiti dalla repressione violenta della polizia, i diritti umani non sono minimamente rispettati. Ieri, oltre trenta manifestanti sono stati arrestati. L’organizzazione sul posto è stata gestita interamente da Mehriban Alijeva, moglie del presidente ereditario Ilham Aliyev. La signora ha speso 80 milioni di dollari per lo stratosferico Crystal Palace che ospita il festival. Secondo quanto riporta la Repubblica del 25 maggio, la Alijeva in tre anni ha fatto sfrattare migliaia di persone per poter abbattere gli edifici del centro storico, creando così più spazio per la manifestazione.

Su tutto questo, l’EBU non ha voluto esprimersi. Lo spettacolo va avanti. L’Azerbaijan ha vinto l’edizione 2011, e in base al regolamento la nazione vincitrice organizza l’edizione successiva. Nessuno si è posto il problema. Garantendo anzi una visibilità e una promozione straordinaria al Paese stesso, in termini esclusivamente positivi: basta dare un’occhiata alla pagina dedicata sul sito ufficiale. E in Italia? Nessun problema per la Rai, che conta di ottenere ottimi ascolti. Nessun problema per Nina Zilli che, intervistata da Tivù sorrisi e canzoni dice di non ricordarsi esattamente dove si trovi, questo posto (“confesso di averlo googolato”). “Rispetto all’Eurofestival -ha aggiunto- ho un atteggiamento distaccato. Avendo già mille cose da fare, ognuna mi aggiunge stress, quindi non sono andata neppure ad ascoltare le altre canzoni in gara”. E forse una googolata in più non avrebbe fatto male: che peccato, Nina. Nessun problema per Filippo Solibello e Marco Ardemagni, che commenteranno l’evento. Loro, gli amici di Radio 2, di Caterpillar, il programma etico per eccellenza, paladini di tante campagne virtuose. Che delusione.

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