Il popolo di Macao chiama Milano, breve storia della Torre Galfa


Il popolo di Macao abita in un grattacielo di 31 piani, abbandonato dalla metà degli anni ’90. Il simbolo della milanodabere occupato dalla cultura. Bello, anche se al momento la domanda più in voga è: quanto durerà?

La favola di Macao inizia sabato 5 maggio. Trecento persone tra attori, musicisti, artisti di vario genere e studenti decidono di prendersi lo spazio che in città non trovano. E lo fanno scegliendo un luogo a dir poco suggestivo, destinato a far notizia: la Torre Galfa, un grattacielo di 31 piani di proprietà della famiglia Ligresti (sta proprio all’incrocio tra via Galvani e via Faga). Un anonimo gigante abbandonato di vetro e cemento: di giorno  pieno di gente e di notte illuminato di blu. E a Macao che si fa? La risposta più sensata è: di tutto. Un orto ad esempio. Per giorni volenterosi contadini moderni hanno ripulito e sistemato il cortile interno. Una biblioteca. Concerti, spettacoli teatrali. Assemblee e tavoli di lavoro, dove si pensa, si discute e poi ci si mette all’opera. C’è chi pensa alla messa in sicurezza della Torre (che dopo quindici anni di abbandono, non è proprio un gioiellino), chi sta al bar e chi invece semplicemente (ma non è una cosa da poco) rimette in sesto i bagni.

Per farvi un’idea, i modelli di riferimento sono il Teatro Valle Occupato di Roma e il Teatro Garibaldi Aperto di Palermo.Per capire che sta succedendo, la cosa migliore è andare. Per restare informati, c’è un profilo Twitter e una pagina Facebook, che nel giro di un paio di giorni ha quasi raggiunto i 13 mila like, non male. Macao è molto, molto popolare. E non è un centro sociale. Per dirne una, Macao ha il sostegno (e l’ammirazione) di Dario Fo. Con un suo intervento alla tradizionale assemblea cittadina pomeridiana il premio Nobel ha paragonato il progetto alla Palazzina Liberty, l’edificio occupato negli anni ’70 con la moglie Franca Rame con un bel po’ di attori al seguito. Sarà che erano altri tempi, sarà che per il talento dei protagonisti, ma quella volta andò bene: dieci anni di spettacoli teatrali e 85 mila iscritti.

E ora? Il Comune di Milano, sindaco in testa, lancia segnali a dir poco contrastanti. Si potrebbe dire che non sa che pesci pigliare: non fanno casino (tra le prerogative: non si dà fastidio ai vicini, e la chiusura è alle 23.30) e chiamano a suonare e a recitare gran nomi. Gli Afterhours per esempio. Il pianista Francesco Piccolo. E alla fine, invece di sporcare, puliscono. Che dire? Per ora, stiamo a vedere.

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