Viaggio a Vinitaly. Lezioni di gusto dalla Sicilia alle Alpi


“L’albicocca… riuscite a sentirla? Ciò che prometteva il naso si è avverato nella bocca? Signora, lo dica, dica quello che sente: frutta rossa, sì, ma non troppo matura, un po’ di ciliegia… prugna”. Sembra un gioco. Divertente ma serio. Siamo nella Calabria di Vinitaly, la voce arriva da uno dei 4.321 stand espositivi della più importante fiera internazionale del vino.

Allo spazio eventi della Provincia di Reggio Calabria una platea variamente composta è intenta a degustare un moscato nel giusto modo, per carpirne ogni sfumatura. E’ un esercizio che se praticato ad alti livelli richiede grande professionalità, ma che in fondo richiama abitudini istintive e umane: annusare, evocare, riconoscere.

Trovarsi qui per la prima volta, senza alcuna competenza specifica, può essere disarmante. E’ come piombare in un mondo affollato del quale non si conosce il linguaggio. Bisogna ambientarsi e trovare delle chiavi di comprensione. Viaggiando da una regione all’altra, le parole iniziano prendere forma. Partendo dalle basi: “Fase visiva, la brillantezza; olfattiva, percepire la frutta, i minerali; gustativa, masticare il vino e spanderlo sul palato per sentirne la struttura”, spiega il disponibile sommelier di una cantina marchigiana.

Sorso dopo sorso, si comincia a capire perché oltre 150.000 persone visitano questa fiera e perché il vino è così importante sia per l’economia che per l’identità del nostro Paese. L’Italia è il secondo produttore al mondo, dopo la Francia, ed è in testa per le esportazioni. Ma è soprattutto il legame col territorio che ci distingue per varietà e ricchezza: i percorsi turistici che toccano aziende agricole e vinicole attraggono sempre più visitatori, anche in zone minori solitamente sottovalutate. Come l’entroterra romagnolo: “Non solo Sangiovese -spiegano allo stand di un’azienda di Bertinoro- ma anche il Pagadebit, la Cagnina, e naturalmente l’Albana”. Era il 435 quando Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio, trovandosi sui colli di Cesena assaggiò questo vino in una semplice brocca ed esclamò: “Non così umilmente ti si dovrebbe bere, bensì berti in oro”, regalando il nome al paese.

Risalendo l’Italia in una sola giornata, il linguaggio dei sommelier diventa meno enigmatico, e si confonde con quell’immagine rurale di sole, fatica e vendemmie che forse prevale nelle menti di chi nelle tecniche del settore non è mai entrato, ma ha sempre apprezzato un buon bicchiere. Così, una volta arrivati all’Alto Adige, è ormai quasi immediata la sensazione dell’aria fresca, del verde, della precisione del paesaggio, tutto in un calice di Pinot Bianco.

E per finire, ViViT, salone dedicato ai vini prodotti da agricoltura biologica e biodinamica. Una scelta di mercato, una filosofia di vita. Oppure, come per il signor Giovanni, lunga barba bianca e occhi azzurri rapidissimi, semplicemente la propria vita: “Coltivo da sempre la mia terra in modo naturale. Oggi si dice biologico… per me non cambia”.

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