Dublino-Belfast solo andata. Fino al cuore nero della città


Cinque minuti, e il nostro taxi arriva: è un veicolo fascinoso, dall’aspetto vittoriano. E’ un taxi all’inglese. Saliamo, incuriositi dallo speciale mezzo e pronti ad ascoltare tutto ciò che ci diranno: che storia sarà? Il nostro autista sembra un tipo alla mano: con le gote rosse e la pelle bianchissima, rispecchia fedelmente l’immagine che tutti hanno della gente di questa terra.

Alla guida fin troppo allegra che scopriamo contraddistinguerlo si unisce un gesticolare particolare, veloce ed energico. Inizia subito ad illustrarci la storia della sua città, mentre ci conduce sempre più lontano dal centro e dalla solitaria City Hall. Meglio, forse: tutta quella calma aveva iniziato a stancarci.

Due incroci ed è già tempo di fermarsi: la nostra prima tappa è ad un crocevia, apparentemente tranquillo. Silenzio anche qui. Un murales campeggia alle nostre spalle, estremamente colorato, eccessivo. Tragico. La nostra allegra guida ci spiega, con il suo fare agitato, che siamo giunti nel luogo dove sono scoppiati i primi grandi disordini della storia di Belfast e del Nord Irlanda: qui la polizia ha ucciso un bambino nel sonno. E’ stata la rivoluzione. Qui sono rimaste truppe militari fino a due anni fa, per controllare che non scoppiassero più disordini; ora  è una telecamera a sostituire i militari nella loro missione.

Ancora qualche metro e davanti ai nostri occhi si apre uno scenario inaspettato: un intero muro tappezzato di murales brillanti. Talmente brillanti da far male agli occhi. Raccontano di vita, di morte, di lotta, di speranza che non c’è più e che poi risorge, di pace che si cerca ma non si trova, di libertà per cui ci si uccide e di cui si dimentica il significato. Raccontano di una ragione che non c’è, di luci spente, di gelo. L’aria si fa più pesante. Quattro o cinque persone, in strada, non di più, che camminano a passo svelto e a testa bassa. Giusto il tempo di uno sguardo al vuoto circostante ed è già tempo di rimontare in taxi, alla volta di un’altra tappa.

I quartieri cambiano rapidamente. Ora passiamo tra nugoli di case basse e rosse, tutte attaccate, spoglie. Non molti qua amano le decorazioni floreali, a quanto sembra. Il cielo continua ad essere plumbeo. Un miraggio, l’Irlanda con il sole…Il prossimo stop è di fronte ad un muro: bianco, alto. Del filo spinato corre alla sua sommità. Non sembra possibile scorgerne né inizio né fine. Sotto, una lapide ricorda i nomi di alcune vittime di altri scontri tra protestanti e cattolici. C’è anche lo spazio per dei fiori, qui; qualcuno li ha portati, per omaggiare questi innocenti. Scopriamo, dopo poco, che il muro divide parte protestante e parte cattolica della città e che ci troviamo per il momento nella seconda. Ancora separazione, dunque.

L’autista, nel frattempo, ci ha preso in simpatia: ha scoperto che siamo italiani e ora si diverte a fare battute, fra il racconto di una storia di sangue e l’altra. Tra uno scontro in più e uno in meno. Tra morte e vita. Lo stomaco, intanto, fa le capriole; troppo sangue versato, troppo. Qualcosa di impalpabile entra dentro e s’attanaglia, senza lasciare scampo. Un bambino con un mantello fosforescente da supereroe attraversa la strada: ci punta un fucile giocattolo contro e ride. E’ questo, dunque, ciò che ci porteremo a casa da Belfast?, iniziamo a pensare. Anche i pensieri, però, si sono fatti grigi, come le nuvole, che sembrano non voler passare mai; neanche il vento che soffia forte sembra in grado di muoverle. Sono macigni sopra di noi.

Qualche metro ancora in taxi e varchiamo poi il confine della parte protestante della città: solitamente i cancelli la domenica vengono chiusi, come spiega l’allegro autista, per evitare scontri di piazza. Costeggiamo il lato opposto del grande muro intravisto prima: nel frattempo, altre domande si affollano in testa. Possibile, possibile che esistano ancora muri? Ci sembrava di averli abbattuti, ormai. Ci sembrava che le tragedie fossero finite. Ma certo, di quelle più silenziose non si accorge nessuno.

Nessuno racconta della tragedia delle bandierine inglesi che tappezzano questo lato della città, o dei murales che inneggiano in tutta Belfast all’operato dei terroristi, martiri di cause spaventose. Le bandierine dicono prepotentemente dell’appartenenza. C’è bisogno di urlarla a tutti, c’è bisogno di riaffermarla violentemente, per chi non l’avesse ancora capita. E guai a qualche cattolico che pensi di farsi vedere in strada. Che se ne stessero nella parte di città loro assegnata. Che se ne stessero nelle loro case agli angoli delle strade, quelle al confine, con le grate alle finestre, per la paura di subire attacchi nel cuore sia del giorno che della notte. No,non si racconta delle tragedie senza bombe.

La nostra corsa continua: ancora murales bellissimi e terribili, ancora telecamere. Controlleranno anche noi? Sentiamo venire della musica da dietro un incrocio. E’ una festa di quartiere per bambini: ancora colore che stona con il nero circostante. L’eco delle casse degli stereo ci accompagna fin quasi davanti al carcere di massima sicurezza che il nostro amico autista ci porta ad ammirare; qui sono rinchiusi tutti i terroristi più pericolosi della zona. Ne hanno fatto un’attrazione turistica, come scopriamo in fretta. Pensiamo alla gente in coda per il biglietto d’ingresso e ci chiediamo cosa si aspettino di trovare: c’è proprio bisogno di cercare la morte anche lì dentro? Non basta quella di fuori, quella che vive ogni giorno questa gente, sia di fede cattolica che protestante, odiandosi reciprocamente?

Ancora murales sulle case, ancora bambini, che non sono già più bambini, che corrono per le strade. Poi il nulla. Solo il grigio sopra e dentro di noi, che intanto ci chiediamo se qualcuno deciderà mai di cancellare quei disegni che parlano d’odio; noi che ci chiediamo se sia possibile uccidersi ancora tra simili ( se fratelli è dir troppo ) e tenere ancora alti tutti i muri; noi che proviamo a capire, senza riuscirci, se e quanto il filo spinato punga ancora nei cuori di questa gente, a cui ci sentiamo comunque vicini, per la disperazione quotidiana e silenziosa che è costretta a vivere.

Le bandierine inglesi sventolano ancora all’impazzata, quando oltrepassiamo definitivamente il cancello che separa i due mondi, il protestante e il cattolico; sono quelle a urlare per la gente, che invece cammina silenziosa per la strada. Il nostro tempo è scaduto: l’allegro autista ci riaccompagna nella tranquilla e pacifica City Hall. Due battute ancora sull’Italia e via verso un incrocio, dietro il quale lo vediamo sparire. Il taxi color arlecchino e quello dai colori fosforescenti sono ancora parcheggiati là dove li avevamo lasciati, assieme ai rispettivi autisti. Ora che è tutto finito il pensiero torna alla porta d’ingresso alla città e alla sua tonalità sgargiante; colori che non appartengono, in realtà a questa città. Colori che per un attimo abbiamo avuto paura di non essere in grado di trovare più nemmeno dentro di noi.

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