Se il teatro crea disagio. Sul concetto di volto nel figlio di Dio, ad acque calme.


Inserti culturali, programmi specializzati. Al di fuori di questi spazi, il teatro fatica a ottenere grande visibilità e, a differenza della televisione, ha una diffusione davvero poco invasiva nelle vite dei cittadini. C’è una certa differenza tra spingere il pulsante del telecomando e decidere di andare a comprare il biglietto per uno spettacolo: difficilmente ci capita per caso. Quando il teatro tocca temi scomodi però, ecco che in tanti alzano la testa per cercare di rimetterlo al suo posto. Perché certe cose è più facile ignorarle.

 

I FATTI – E così è andato in scena, il vituperato spettacolo di Romeo CastellucciSocìetas Raffaello Sanzio, Sul concetto di volto nel figlio di Dio. Tra qualche messa riparatrice e le incursioni di Forza Nuova (quanta sensibilità!) ha superato l’impegnativa data milanese, è partito per il Belgio, passerà per l’Olanda e tornerà in Italia, a Bologna, il 17 febbraio. La rappresentazione al Teatro Franco Parenti di Milano ha subìto un violento tentativo di censura preventiva perché accusata di blasfemia da buona parte della Chiesa. La direttrice del Parenti, Andrée Ruth Shammah, ha ricevuto insulti e minacce. Praticamente tutti coloro che si sono scagliati contro il regista non avevano visto lo spettacolo: quasi superfluo fare considerazioni sul dilagare di giudizi preventivi. Castellucci ha spiegato il significato del suo lavoro in una lettera inviata alla stampa, Shammah ha scritto una nota aperta alla città. Le posizioni non sono cambiate, la polemica è cresciuta su tutti i quotidiani, la protesta è stata fortunatamente circoscritta. Tra le voci raccolte all’uscita dal teatro, apprezzamenti, pareri negativi, ma nessuna traccia di profanazione percepita.

LO SPETTACOLO – L’opera racconta la disperazione quotidiana di un vecchio padre incontinente e del figlio che, in un’insostenibile contrapposizione di amore e rabbia, si prende cura di lui, ripulendolo ripetutamente e inutilmente dagli escrementi. Dietro, enorme, dolce, il volto di Cristo di Antonello da Messina fissa gli spettatori, in una triangolazione di sguardi. Tu (non) sei il mio pastore, o forse lo sei? E allora perché tutto questo? La scritta che appare è il dubbio, è una richiesta disperata di aiuto, è il bisogno di credere. Si parla di Dio, ci si rivolge a lui, la sua presenza torna, profondamente, in scena. Allora è meglio ignorarlo o interrogarsi in maniera problematica e critica? Forse se la Chiesa lasciasse spazio alle domande, qualcuno in più potrebbe decidere di riconsiderare il tema religioso.

LA COMPAGNIA – La Socìetas Raffaello Sanzio, nata a Cesena negli anni 80, è una delle compagnie di teatro sperimentale più conosciute a livello internazionale. I suoni, i corpi, la voce: i loro spettacoli possono non piacere, possono anche disgustare e risultare insopportabili. Scioccanti ed estremi, spesso colpiscono dove fa più male, nei posti dove non si dovrebbe entrare, con le parole che non vorresti sentire, coi pensieri che preferiamo evitare. Come il dramma della privazione della dignità, della perdita del controllo sul proprio corpo. Un tabù, in una società dove sembra che tutti i vecchi si iscrivano felicemente in palestra, dove il rilassamento di uno zigomo deve farti correre immediatamente ai ripari. Tutto perfetto, tutti in forma smagliante, perché ciò che è bello dentro deve essere bello anche fuori, per forza. E’ bello credere che il disfacimento del corpo -quello che crea ribrezzo, che fa cattivo odore- non esista. Nasconderlo in un angolo buio è la soluzione attuale, che ci lascia completamente impreparati ad affrontare la realtà nei suoi aspetti più crudi.

Proporre un oggetto complesso vuol dire credere nell’intelligenza dello spettatore. Uno spettacolo non deve dare soluzioni, non è questo il compito del teatro. Uno spettacolo deve consegnare un problema. – Romeo Castellucci, conferenza stampa Teatro Parenti, Milano, 18 gennaio 2012.

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