Fuori da qui. Spunti per un’altra vita


Se lavori e non sei così ricco da poterti permettere una colf, ti sarà certamente capitato di trascorrere buona parte del sabato pomeriggio in coda alla cassa del supermercato. Non sarebbe stato più bello usare quella giornata per fare una passeggiata, o quello che più ti piace? Sì, ma purtroppo non è possibile, perché quello è l’unico momento libero. Oppure in autostrada ad agosto, per andare in vacanza in un hotel che pagherai il triplo del normale, essendo in altissima stagione. Siamo tutti nello stesso posto nello stesso momento perché siamo intrappolati nei tempi scanditi da un sistema che non lascia margini di autonomia. O sei dentro, o sei fuori. …E se là fuori non fosse poi così male?

DOWNSHIFTING – Andare a vivere in una baita di montagna con una mucca, una gallina e un orto è una possibilità che non mi sento di escludere. Certo, al momento non mi sono posta il problema di alcuni dettagli pratici di sopravvivenza, ma l’idea di una vita autosufficiente a contatto con la natura e soprattutto con la libertà di gestire il proprio tempo continua a esercitare su di me un grande fascino. Un giorno ho letto Adesso Basta, di Simone Perotti, un ex manager di successo che dopo 19 anni di lavoro ha deciso di mollare tutto, trasferirsi in una casetta e dedicarsi esclusivamente alle proprie passioni, navigare e scrivere. Quello che ha fatto si chiama downshifting. Semplicità volontaria, in italiano. Che significa rallentare, sottrarre, riappropriarsi del tempo e dello spazio, rinunciare al superfluo. Per chi non dovesse entusiasmarsi al pensiero di ritirarsi tra i monti, è bene dire che ci sono infinite possibilità intermedie tra l’eremitaggio e l’esaurimento nervoso da stress lavorativo. I principi, però, sono gli stessi.

LAVORO, TEMPO, SPAZIO – L’idea centrale è che il lavoro sia un mezzo e non un fine. E che debba essere organizzato in modo tale da non assorbire tutta la nostra vita. La maggior parte dei lavoratori arriva a sera distrutto. Nel caso in cui si abbia il malaugurato vizio di nutrire interessi e hobby paralleli, la vita diventa un gioco (poco divertente) a incastro: fai una telefonata mentre controlli l’e-mail mentre metti su l’acqua per la pasta mentre guardi il telegiornale. E, inevitabilmente, rinunci a qualcosa: famiglia, amicizie, passioni. Tutto non ci sta. In più, spesso il lavoro ci porta a vivere concentrati in grandi agglomerati urbani e a passare ore nel traffico, mentre in Italia esistono centinaia di meravigliosi paesi ormai spopolati. Per non parlare dei colleghi: dividiamo la maggior parte del nostro tempo con persone che non abbiamo scelto, e che spesso non sono quelle con cui preferiremmo vivere, se fossimo noi a decidere.

CONSUMI – E’un circolo vizioso. Lavoriamo per poterci comprare sempre più cose, che non abbiamo nemmeno il tempo di usare. Siamo indotti all’acquisto compulsivo, percepiamo bisogni che sono stati creati ad hoc, che non hanno reale ragione di esistere. Ma non è forse il tempo il vero lusso? Lo pensano quelli del Movimento della Decrescita Felice, ma anche molti ragazzi americani, i nuovi minimalisti: basta riempirci di cose; per vivere, bastano cento oggetti.

MANUALITA’ – Sempre più specializzati, sempre più concentrati su un settore specifico. Sì, ma se si rompe un tubo in casa? Se piove dal soffitto? Molti di noi non possono fare altro che chiamare un idraulico. Il lavoro manuale, denigrato e sorpassato dai lavori della conoscenza, comincia a essere rivalutato. Perché per costruire o sistemare qualcosa, il cervello funziona eccome. E perché è molto più gratificante vedere, toccare e usare l’esito del nostro lavoro. E’ il caso di Matthew Crawford, californiano, laureato in fisica e filosofia, che ha lasciato il suo prestigioso lavoro da analista, di cui non capiva più il senso. Adesso ripara motociclette, e giura di non essersi mai sentito così felice.

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