Resistere o dimettersi. Intervista a Valeria Parrella


Lettera di dimissioni è l’ultimo romanzo di Valeria Parrella. Un romanzo di formazione, privato e civile allo stesso tempo. E’ la storia di Clelia, genitori comunisti, gli anni dell’università passati nei centri sociali, la passione per il teatro che diventa carriera e il compromesso -forse inevitabile- con una società lontana anni luce da quegli ideali che erano così puri, così radicati in lei. Arrivando ad allontanarsi da sé stessa, scegliendo il male minore, fino a consegnare la lettera di dimissioni.

La storia di Clelia è anche la storia di un’Italia alla deriva, costellata di piccole sofferenze, dalle USL che diventano ASL agli scempi architettonici, e di una sinistra ormai perduta. Cosa lega questi due cambiamenti, uno privato e uno sociale?

Clelia è inserita nel flusso della vita, è una donna emancipata completamente e perfettamente italiana, è colta e viene da una famiglia che ha studiato e lavorato. La maggior parte delle donne di 40 anni che conosco è come Clelia, e anche se altre donne hanno avuto meno fortuna nel lavoro o non hanno potuto studiare, ne condividono la grinta, gli ideali e l’ambizione. Clelia non è una eroina, è una donna normale. Per questo facilmente cadrà nella trappola tesa sia dalla destra che dalla sinistra, quella cioè di anteporre il successo personale agli interessi della comunità. Poi c’è Napoli, di Napoli si dice “quella meraviglia che sarebbe potuta essere e mai è stata”,  infatti di Napoli io avverto sempre questa sensazione, una vocazione profonda alla bellezza e uno scempio costante di essa.

Parliamo di teatro, cuore del romanzo. A Roma l’esperienza del Teatro Valle Occupato sta richiamando l’attenzione sulla condizione della cultura in Italia, ma sta anche proponendo un modello nuovo di teatro, condiviso e accessibile. E’ un modello possibile, anche in base alla tua esperienza nel comitato artistico del Teatro Stabile di Napoli?

Mi auguro di sì, al Valle funziona, potrebbe essere un apripista per altre realtà. Il punto è che prima o poi gli artisti vanno pagati, hanno bisogno di finanziamenti, di produzioni per gli allestimenti. In questo momento il Teatro Valle vive della generosità degli artisti, e questo è bello ma non è giusto. Il modello di gestione mi sembra perfetto, è proprio quello che dovrebbe succedere. Nelle monarchie del Nord Europa è così, ma guarda, data la mia esperienza mi accontenterei anche di un semplice bando di concorso per titoli e meriti su tutte le figure di dirigenza. Cosa che non accade.

“La partita si gioca sul piano della responsabilità personale”, così si chiude il libro. Dimettersi è l’unica forma di resistenza possibile, o una rinuncia? E per una dimensione collettiva di cambiamento non c’è più nessuno spazio?

Si tratta di periodi storici: in alcuni sono possibili le azioni collettive, e anche ora vi sono alcuni margini per farlo: vedi i movimenti, le donne in piazza l’11 dicembre e via dicendo. Ma quando proprio non si può fare niente, almeno nell’ambito privato e del proprio network sociale- amici- lavoro-scuola bisogna essere super rigorosi. Il punto è che noi non viviamo divisi in tribù bensì in una Repubblica parlamentare e quindi qualunque sforzo privato anche movimentistico poi dovrebbe rientrare ed essere assorbito dalla politica, dalle camere. Invece c’è uno scollamento radicale tra le due realtà.

“Io non dico che ci abbiamo creduto, ma dico che c’è stato un istante almeno, in cui il dolore collettivo si sospendeva, e forse era sull’ultima sillaba, quando i polmoni tesi allo spasmo non lasciavano spazio ad altri pensieri. E allora entrava la speranza”.

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