This must be…Sorrentino. Quando la ricerca si fa destinazione


Discesa e risalita, risalita e discesa. Un’altalena che equivale a dire ricerca, speranza. This must be the place,  l’ultima fatica del regista Paolo Sorrentino passata da poco nelle sale italiane (qui la biografia), non racconta altro che questo: una ricerca. Semplicemente una ricerca. Terribilmente complicato.

POSTI. Dublino, capitale d’Irlanda. questo il luogo iniziale della storia. Eppure, questo non è il posto per Cheyenne, uno Sean Penn annoiato e magnetico, (qui la filmografia), attorno a cui tutto ruota. Sorrentino sceglie subito uno scarto, un’opposizione. Cheyenne è un cantante rock per ragazzine, uno di quelli che di artistico ha sempre avuto poco. Uno di quelli che alla musica s’è adattato, perché faceva guadagnare bene. A Dublino vive sospeso, trascinando la vita. Il suo passato vive ancora potente, vuoto, nei tratti del suo volto, nero di trucco e di emozioni, immobili come lui. Ha smesso di suonare da tanto, ormai, da quando qualcuno ci ha rimesso la vita. Questo, per lui, non è il posto.

BUCHI. L’Irlanda è una terra in cui necessariamente piove. Le gocce entrano dentro a ogni nuovo scroscio andando a fondo, a seconda dei buchi che si hanno dentro. Per Cheyenne è pioggia continua, racconta Sorrentino, come per la sua amica di sempre: a lei è scomparso un figlio. La pioggia per lei è un nemico potente che le segna il viso, rigato di una bellezza sfinita.

“Credo di essere depresso”, recita Cheyenne una notte alla moglie. “Questo non è il posto, questo non è il posto”: la sua mente lo ripete ogni giorno, mentre la telecamera lo inquadra muto, drammatico. Drammaticamente stonato. Non c’è musica nelle sequenze che lo riguardano. E la macchina da presa stringe sul volto: il trucco marca, drammatizza, esaspera. Il suo è un dolore soffocato, annoiato, che implode nei silenzi della sua villa, dalla grande piscina vuota. All’orizzonte, nessuna via di fuga.

PARTENZE. Una mattina, nel silenzio, arriva una telefonata. E Cheyenne decide: basta con la pioggia d’Irlanda. Basta coi buchi neri in cui l’acqua passa e rifluisce, facendo male. Via. Via da un posto che non è un posto. Via verso l’America del padre, morto; là dove il genitore ha vissuto e lui non lo ha mai più incontrato. Un padre che ha una storia, un puzzle, da completare.

PEZZI. Cheyenne è vestito di nero, orribilmente truccato. Inizia a camminare a passo lento su strade, quelle americane, che non hanno destinazione. Le inquadrature sono serrate, nella loro sequenzialità monotona. Ripetitive e cadenzate, come il passo di Cheyenne, che prova a disegnare sull’asfalto un’idea di destinazione. Dov’è la destinazione? E’ dentro? E’ fuori? Cheyenne non si interroga. Cammina. Prima ancora di calpestare l’asfalto, il suo piede percorre il passato paterno, fatto di persecuzioni naziste subite nei lager tedeschi. Un’onta, una vergogna, che a suo padre è stato impossibile lavare via. Gli aguzzini non ci sono più. Uno, in particolare sembra essere stato inghiottito nel nulla. E mentre Cheyenne conosce la morte in tutte le sue forme, Sorrentino gli dà in mano una strana bussola, che gli indica una direzione precisa: la vita. Piano piano, le strade deserte diventano speranza: da lì va e ritorna, carico del peso di una valigia leggera, che trascina a fatica.

DOVE CERCARE?  Che il posto, si chiede, sia quello della persecuzione paterna? Forse. Sorrentino riempie il suo personaggio di interrogativi. Come trovare l’artefice di quella persecuzione? La risposta da qualche parte c’è. A costo di farsi a piedi tutta l’America, dato che il Suv ricevuto in prestito da un perfetto sconosciuto è andato a fuoco. Pazienza. L’uomo è fatto per camminare.

THIS MUST BE THE PLACE Quando lo incontra, è un attimo. Cheyenne sente uno schianto lieve sulla neve bianca e tutto finisce. Osserva il Passato dalla macchina, lontano, ma non troppo. “Cè qualcosa che mi ha disturbato in lui. Non so cosa”, dice. Una sgommata impossibile sul bianco, e il Passato rimane lì nella neve, immobile, già trasformato in essenza di futuro.

Dublino, il giorno dopo. Il ritorno è quasi sempre rinascita e Sorrentino lo sa. Alla vita, alla morte. Da una finestra non troppo lontana, sceglie che siano due occhi amici a guardare Cheyenne arrivare, tornare nella casa che casa non era mai stata. In quegli occhi non piove più. Sorrentino inquadra un incrocio pulito di strade dalle case basse, rosse, tutte identiche, per dire però che niente è più uguale a prima. Gioca fino alla fine d’opposizione e di scontro. Forse, la ricerca del posto, di ogni posto, che sia dentro o fuori, non può che essere descritta così. Sullo sfondo, l’ultima inquadratura, distinta, chiara, è tutta per il cielo d’Irlanda, che osserva tutto, gocciolando tempesta.

Casa è dove voglio essere/Ma mi sa che ci sono già/ Vengo a casa-lei ha sollevato le ali/Sento che questo dovrebbe essere il posto.

Talking Heads- This must be the place

(Qui la fotogallery del film)

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