Quelli che vorrebbero farcela in Italia


il 29 settembre Riccardo Iacona ha dedicato una puntata al precariato, alla Generazione Sfruttata. “Mai titolo più azzeccato”, hanno commentato in molti, forse, però, qualche accorgimento in più non sarebbe stato superfluo: non è forse il caso di iniziare a parlare di generazioni? Bisognerebbe usare il plurale ed uscire dalla logica del problema generazionale: quello che sembra essere il dolore dei cosiddetti giovani (..fino a 40 anni pare si abbia diritto a entrare nella categoria) è in realtà la ferita di un’intera nazione.

La puntata si è aperta con le esternazioni del ministro Renato Brunetta, con le risposte dei precari che hanno colorato le strade di Roma il 9 aprile e con la storia di Pierpaolo Faggiano, giornalista leccese di 41 anni, morto di precariato. Il suo suicidio non ha aperto le pagine dei quotidiani del giorno successivo, non ha scatenato l’ira della stampa nazionale, è stato, anzi, generalmente sottaciuto. Iacona invece non si è nascosto dietro un dito e oltre a parlare di Pierpaolo ha dimostrato che il precariato nel giornalismo non è un problema da relegare alle realtà di provincia: è la spina dorsale dell’informazione nazionale. E’ ovunque: in ogni giornale, in ogni radio, in ogni programma tv. da Porta a Porta ad AnnoZero, passando per lo stesso Presa Diretta che ha mostrato le facce dei suoi collaboratori precari.

Iacona ha poi proposto le storie, tra gli altri, di Caterina, Piergiorgio, Cristina. Ha raccontato la loro nuova vita a Barcelona, i loro volti sorridenti, le loro passeggiate nella città spagnola a misura d’uomo. Ha fatto vedere che loro ce l’avevano fatta.
Presa Diretta utilizza il paragone con l’estero in tutte le sue puntate, ma in questo caso ha rischiato di trasmettere un messaggio distorto.

Caterina, Piergiorgio, Cristina e tanti altri come loro hanno deciso di lasciare un Paese, l’Italia, che non offriva loro la possibilità di realizzarsi. Hanno fatto una scelta personale, condivisibile o meno, ma una scelta, non l’unica possibile. La loro decisione, sicuramente sofferta, non può essere proposta come modello di successo, come se chi rimanesse nella nave che affonda lo facesse solo perché non è altrettanto bravo a procurarsi un salvagente.
Nessuna critica a chi decide di valorizzare il proprio talento in un’altra Terra, del resto siamo tutti cittadini del mondo, ma forse è storicamente urgente applaudire a chi decide di rimanere nello Stivale per vedersi riconosciute le proprie potenzialità. A chi lotta per non appellarsi tutta la vita alle proprie potenzialità, ma per far riferimento ai propri risultati.

Cercare di lavorare in Italia non è la scelta di chi è troppo mammone per abbandonare la casa natale.

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